martedì 9 febbraio 2010

JE VOUS SALUE MARIE dI Jean-Luc Godard

Sono sempre più convinto che alcuni film in particolare non abbiano bisogno di commenti (mi era già capitato con "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer), parole che svilirebbero solo le molteplicità di emozioni trascendenti che suscita . Di fronte a un film come "Je vous salue Marie" si può solo rimanere disarmanti dal genio del suo autore, in silenzio. Non ha nessuna importanza e spiegazione ciò che ha spinto Godard a rappresentare il mito della natività in chiave moderna, quest'opera è la dimostrazione che l'arte è al di sopra di ogni morale, posizione politica e credo religioso. E' un'indagine laicamente spirituale, depurata dall'artificiosità della sua iconografia, è un poema cinematografico armonico e parossistico al contempo, stilisticamente povero e sgrammaticato, ma esteticamente perfetto nella sua composizione/espressione. Abbaglia con il suo rigore e la sua "verità". Godard cerca l'immagine pura e la trova. E' una delle massime espressioni della settima arte. L'ho detto.

Allego una delle sequenze più intense, con le musiche potentissime di Dvorak.

venerdì 1 gennaio 2010

Buoni propositi per l'anno nuovo

Il 2009 è stato un anno di merda, è una soddisfazione chiuderlo. Il 2010 ha aperto le porte...
Ieri avrei scritto di quanto il mio cervello non sopporterebbe pensieri utopici, ma non ce la faccio, alla fine ci ricasco sempre come ogni anno. I buoni propositi sono una necessità, ma soprattutto un dovere per se stessi e per gli altri, esattamente nella stessa misura, se ci lasciamo annientare l'utopia di un mondo libero e migliore, con noi morirà tutto ciò che di bello vive in questo mondo e nelle stesse persone che ci vivono accanto.
Basta accontentarsi delle piccole e fittizie illusioni quotidiane, di quei piccoli sorrisi che fiaccamente deformano i visi dei nostri famigliari e dei nostri amici. Basta essere zombie, cercando affannosamente di aggrapparsi al più lieve segno di piacere materiale, per dimenticare, dimenticare quanto la società sia abietta e imperturbabile, condannata a un'avvilente ed eterna maledizione di corruzione morale e politica. Oggi vi dico di avere maggiore consapevolezza della sofferenza ed amarla come la vecchia fotografia della più cara persona da ricordare, non è fuggire inorriditi da essa che vi aiuterà ad evitare una pena spiacevole, bisogna comprendere a fondo il dolore dell'umanità per guarire l'umanità stessa. E' qui che risiede la forza per il primo passo verso l'attivismo. Ritrovate nell'abisso della vostra mente la freschezza e la flessibilità della coscienza, dimenticate di essere uomini di carne e ricordate di essere solo spirito. Smascherate gli impostori e sbarrate le loro bocche, in questo tempo non c'è più spazio per le bugie, sradicate i semi dell'integralismo e del fondamentalismo. C'è urgente bisogno di questo. Chi mi ha capito mi segua.

Detto ciò, scendo dalla pedana del podio (con imbranata e ingenua vergogna) e inizio a parlare di cose meno ma neanche troppo poco importanti. Ho due buoni propositi cinefili per iniziare l'anno nuovo in questo blog.

- Il primo è un regalo:


Qualche settimana fa in un forum (precisamente in questo) ci si stava chiedendo a quale film, uscito al cinema lo stesso anno in cui siamo nati, siamo più legati. Io dopo un'accurata ricerca su mymovies ho capito di essere legato moltissimo al sesto Decalogo di Kieslowski "Non commettere atti impuri", un mediometraggio straordinario e toccante che vi consiglio di vedere immediatamente. Non ha nessuna importanza se non avete visto i precedenti cinque mediometraggi del Decalogo. Insomma, muovete il mouse dritto su download!




- Il secondo proposito non so quanto può interessarvi, probabilmente nulla ma siccome il blog è mio abbiate pazienza. E' una top 5 dei film usciti nel 2009 (modestissima, non posso aver visto tutti i film dell'annata quindi è appesa a un filo provvisoriamente modificabile) che mi hanno più affascinato e che vi consiglio di darli almeno un'occhiata. Non sono in ordine di bellezza, perché a mio parere non può esserci in termini quantitativi ma solo qualitativi (e questo implica al discorso della diversità), prendetelo come un'ordine di "necessità":

1) Il Nastro Bianco di Michael Haneke.
Palma d'oro a Cannes. E' film mortificante e intenso, durante la visione si prova un disagio indescrivibile, l'intimità tra i rapporti umani è continuamente oppressa dalla rigorosa e aberrante educazione protestante e dall'autorità feudale. I personaggi si muovono con toni plastici (alla Bresson) in un b/n con contrasti forti e un'atmosfera algida (alla Dreyer). Il male si semina nei giovani bambini silenziosamente dietro quella oppressione. Semi dai quali probabilmente fioriranno aridamente i futuri nazisti protagnisti di una delle tragedie più grandi della storia della umaità. Haneke non giunge a precise e semplicistiche conclusioni , si allonta da qualsiasi forma di moralismo, la sua è un'indagine sociale che possiede nel ritmo la freddezza documentaristica ma che nel suo aspetto possiede un'espressione artistica lugubre e suggestiva.
Una delle sequenze più efficaci e memorabili è sicuramente il piano sequenza in cui i bambini rubano lo zufolo al figlio del padrone feudale, Haneke in un'immagine riesce perfettamente a dare un moto naturale alla violenza che ne è derivata dalla sopraffazione di una classe sociale su un'altra, così lo zufolo acquista una forza simbolica straordinaria.
Ma il film è tutto ricco di pianosequenza, alcuni particolarmente ombrosi e loschi, che lasciano intuire qualcosa di terrificante dietro le apparenze dei personaggi, mi viene in mente quello in cui il figlio del dottore sorprende il padre e la sorella svegli di notte e chiusi nella stanza dello studio... anche se concretamente la prova di un rapporto sessuale non c'è, lo strascico del perverso disagio è onnipresente dalla posizione del padre attento a non voltarsi verso il figlio e dalle parole sonoramente disperse della sorella.
Qualcuno disse che "L'arte comincia con il senso dell'inutile", Haneke fa dell'inutile uno straordinario microcosmo per indagare sul mistero della natura umana e sulle sue relazioni con il male. Ogni gesto, ogni particolare di questo film non è a caso, è una ricerca che finisce col mortificare la mente dello spettatore, perché è lui che ricerca un significato dietro quelle inutili apparenze rappresentate nella loro totale ambiguità e misteriosità. Il film si chiude fisicamente e psicologicamente all'interno di una Chiesa, probabilmente la più grande e piacevole menzogna dell'essere umano, l'unica capace ancora di sfuggire alla verità e alla comprensione della natura umana.
Da citare anche la sequenza del bambino mentre viene accusato dal Padre di onanismo, la brutalità e l'attesa dell'accusa dei dialoghi ha una potenza che arriva dritta al subconscio.
Il film è stato veramente sottovalutato dal pubblico, sono rimasto piuttosto sconcertato e deluso dai pochissimi entusiasmi e dai toni tiepidi nei confronti di questo capolavoro, che per me tale è e come tale rimarrà.

2) Mary and Max di Adam Elliot.
Questo film d'animazione in stop-motion è tratto da una storia vera, se svelerei la trama rovinerei gran parte della visione. Mi permetto solo di dire che si tratta di un film estremamente commovente, un gioiello che vi arriverà dritto al cuore, statevene certi.
In Italia purtroppo non è ancora uscito, forse probabilmente non arriverà mai, ma non disperate, potete trovare una versione sottotitolata su internet.







3) Vincere di Marco Bellocchio.
Ricordo che lo vidi l'estate scorsa al cinema. Uscì dalla sala sconvolto e angosciato, apprezzai il ritmo, la velocità, la violenza con cui Bellocchio ha deciso di comunicare questa storia. La prima parte è un pò priva di pathos, di dialoghi incisivi (forse per paura dei cliché), però l'aspetto estetico cupo e notturno è notevole. La seconda decolla ed elettrizza come un elettro shock al cervello. Ci viene scaricato tutto l'orrore in faccia, la violenza psicologica del fascismo è resa molto bene, con tutte le sue continue menzogne, oppressioni e aggressioni, non c'è respiro, il dramma di Ida Dalser colpisce come un pugno sullo stomaco, la sua ostinazione per l'amore di Mussolini è disturbante, ed è proprio a causa di questa sua solitaria fede che alimenta sempre più dentro se stessa che il finale si trasforma in una sconfitta insopportabile che la mente fatica a comprimere e metabolizzare (devastante come la scena in cui Ida guarda dritta all'obbiettivo mentre viene riportata in manicomio). La Mezzogiorno, se a qualcuno in passato non aveva convinto (come il sottoscritto), questa volta è impossibile non rimanerne commossi e impressionanti, quel lungo piano sequenza che riprende il suo primo piano durante l'interrogatorio, è brutale quanto straordinario. E' molto dreyeriano.
Filippo Miti è probabilmente meno impressionante, la sua recitazione è isterica e teatrale, ma interpretare un personaggio come Mussolini non lascia grandi spazi interpretativi.
Interessate e struggente la scelta di far reinterpretare da adulto il figlio di Ida a Miti, come se l'irrisolvibile divario che separa i loro corpi (Dalser/Mussolini) è l'amara iterazione di un girone infernale dantesco. Finale distruttivo, disturbante ed al contempo esaltante, a me ha tolto il fiato. Da segnalare una colonna sonora composta da Carlo Crivelli veramente coinvolgente, era da tempo che non se ne sentiva una così.

4) Ricky di François Ozon.
Di questo film ne ho già parlato ampiamente sul blog, proprio recentemente. E' un Ozon che merita, che finalmente mi ha sorpreso positivamente.










5) Antichrist di Lars Von Trier.
Questo film meriterebbe da parte mia un nuova recensione meno particolareggiata sulla chiave interpretativa. Forse ne riparlerò in futuro, quando avrò il coraggio di affrontare un'altra visione. Merita comunque di entrare a far parte della cinquina del 2009 perché è indubbiamente un film visivamente efficace, al di là della sua parte contenutistica e soprattutto al di là dei giudizi morali che hanno ristretto parecchio le chiavi interpretative.
Il Prologo del film è meraviglioso, merita da solo la visione e i maggiori complimenti a Von Trier, probabilmente segnerà un piccolo pezzo di storia del cinema contemporaneo.

lunedì 28 dicembre 2009

REQUIEM di Hans-Christian Schmid


A un anno di distanza dal film americano "The exorcism of Emily Rose" diretto da Scott Derrickson, il giovane regista europeo Hans-Christian Schmid decide di ritrattare la storia di Anneliese Michel sotto una luce diversa. Più realistica, più psicoanalitica e più umana. A detta del regista pare che la sorella di Anneliese dopo la proiezione del film abbia apprezzato molto questa versione perchè più vicina ai fatti accaduti.
Nel film Anneliese è Micaela Klinger, una giovane ragazza ventunenne che dopo aver finito il liceo decide di frequentare l'università, la sua famiglia è molto religiosa e all'idea di lasciare la sua figlia da sola in città non va molto giù, nonostante ciò suo padre le dà una possibilità e le affitta una stanza in una pensione, la madre non pare contenta di questo progetto, è apprensiva ed è nettamente contraria perchè la figlia ha sofferto di "strani" attacchi (che è da un pò che non si ripresentano), così quando la lascerà le darà in dono un rosario per far si che il "Signore la protegga" dai demoni della società laica.
La vita di Micaela all'università sembra seguire lentamente una traiettoria felice e serena, incontra una sua vecchia amica di scuola con la quale rinnova una forte amicizia. Ma sembra che questa nuova vita non sia sufficiente per combattere i sensi di colpa, di inadeguatezza e di solitudine, così gli attacchi ritornano accompagnati da altri strani sintomi.
Si confida con un prete perchè sente delle voci che la tormentano e che non le lasciano toccare il rosario che le ha regalato la madre, il prete piuttosto scettico rimprovera la ragazza rassicurandola di proseguire gli studi.
Ed è proprio in quel rosario che si nasconde la forza e l'onnipresenza della figura materna e che la stessa Micaela romperà quando al ritorno dall'università per le vacanze di Natale la madre butterà nella pattumiera i suoi nuovi vestiti. E' una profonda ferita che dilania continuamente sullo stesso punto, anche un abbraccio rifiutato dalla madre diventa per Micaela una gravissima colpa di cui se ne fa carico, senza riuscire a liberarsene, tendendo ad opprimere sempre più se stessa, così è la schizofrenia, lo sdoppiamento dell'io, l'unica soluzione per placare la sua sofferenza identificandosi nel male. Micaela annienta se stessa, rifiuta l'aiuto di uno psicologo, si convince di essere posseduta e si consegna come una inconsapevole martire a un esorcista e alla sua famiglia, il suo peggior nemico, affondando in quell'aria chiusa e malata che ogni fondamentalismo religioso genera. Ma forse è proprio in quella situazione, con la madre pentita che si avvicina alla figlia come mai è stata prima, che Micaela ritrova quel filo di comprensione e approvazione che gli è stata negata per tutta la vita. Nell'ultimo pianosequenza Micaela guarda oltre il finestrino della macchina, la tranquillità del verde paesaggio sembra sospirare la sua morte come un dolce presagio, è la colonna sonora di "Anthem" dei Deep Purple che sottolinea questo momento di sconfortante serenità che aveva già abbracciato Micaela in un'altra sequenza del film, quella in cui Micaela dopo essersi baciata con il suo futuro ragazzo si dirige verso il centro della pista da ballo e inizia a danzare, liberando gli arti dal disagio della vergogna e della solitudine, mentre un lacrima le riga il viso. Di fronte a lei c'era ancora una finestra socchiusa che le bisbigliava un mondo felice, ed è proprio là, a un passo da quella finestra, nella sua commozione, che si cela tutto il mistero della fragilità del suo essere.
Schmid sembra farsi carico sulle spalle del disagio e delle speranze della protagonista, la mdp cattura con estrema sensibilità ogni suo magone, ogni sua lacrima, ogni suo attacco e ogni suo sorriso, tra la ponderazione psicoanalitica di Ken Loach (Family Life) e lo stile grezzo, agitato e disturbante di Lars Von Trier (Le onde del destino), Schmid gira un film appassionante che ha un gran peso emotivo per chi guarda perchè riesce a rendere comprensibile l'incomprensibile attraverso l'intuizione, mancando così la supponente pretesa di asserire una verità certa.
"Straordinaria Sandra Huller" disse Tullio Kezich, io confermo, un esordio folgorante per questa giovane attrice che trasuda di espressività persino nel mento e nelle sopracciglia, qualche detrattore ha azzardato che si tratta di una performance eccessivamente teatrale, io dico che si tratta di una performance in cui c'è tanto di umano, di dolente, di carismatico, di avvolgente... e soprattutto di molto vero. Orso d'argento a Berlino meritato.

venerdì 18 dicembre 2009

RICKY di François Ozon



Il primo piano di una donna in lacrime parla con l'assistente sociale di una situazione economica esasperante, di un padre fuggito in Spagna, di due bambini da crescere, di un bambino "difficile" che vuole dare in affidamento. L'assistente sociale le dice che queste decisioni non vanno prese in fretta e non senza il consenso del padre, quindi deve pensarci bene.
Veniamo proiettati pochi mesi prima di quel fatidico giorno.

Katie vive da sola con sua figlia Lisa, entrambe portano in sè i segni dell'abbandono, la solitudine ha spento i loro occhi. Lisa nella sua solitudine è un’autodidatta, si comporta come un'adulta, compie le faccende di casa che una madre dovrebbe svolgere e aiuta sua madre a svegliarsi per andare puntale al lavoro.

Un giorno al lavoro Katie conoscerà Paco, un uomo spagnolo, con cui avrà immediatamente un rapporto sessuale. Rimarrà incinta. Paco andrà ad abitare con lei e la sua figlia.
Il bambino nasce bello e sano, lo chiamano Ricky, tutto sembra alludere ad un futuro di serena felicità, Lisa comincia ad abituarsi alla presenza di Paco e dopo la maternità Katie riprende il lavoro con disinvoltura.



Le cose però cambieranno. Un giorno mentre Katie sarà al lavoro e Paco sarà a casa per occuparsi del bambino, sulla piccola schiena di Ricky comparirà un enorme ematoma, Katie quando ritornerà dal lavoro, sconvolta, accuserà Paco, questo senza trovare una giustificazione considerevole aprirà la porta di casa e andrà via.

Il giorno seguente l’ematoma del bambino diventerà sempre più rosso e visibile e ne comparirà un altro più piccolo sulla parte opposta della schiena.
Katie “sente” dentro di sé che il suo piccolo è diverso, non chiamerà nessun dottore, non lascerà che alcun estraneo guardi Ricky, rimarrà ad osservare lo sviluppo di quei due strani ematomi che lentamente si trasformeranno in due piccole escrescenze.

C’è poi sangue sul lettino del piccolo Ricky, le sue piccole ali si sono schiuse dalla sua pelle. Ricky potrà volare?



Ozon ritorna alla grande e stupisce tutti, se a qualcuno non avevano convinto i manierismi, gli eccessi e il rigore di 8 donne e un delitto e Angel, questa è l’occasione per rifarsi un’idea (come il sottoscritto). Ricky è un film delicato e brutale al contempo, la regia fonde il realismo dardenniano con lo stupore della favola spielbergiana, ma il merito della sua riuscita è sicuramente in una sceneggiatura (ispirata al racconto "Moth" di Rose Tremain) elaborata e originale, la struttura narrativa seguendo una chiave interpretative onirica possiede una duplice lettura onirica, una che comincia dal prologo del film e una che comincia dall’epilogo del film, in sostanza, il realismo poetico della parte centrale del film è la summa delle due illusioni della protagonista, una che ci parla dell’espiazione del senso di colpa di Katie a seguito dell’abbandono di Ricky (scena iniziale del film in cui Katie parla con l’assistente sociale) con il ritorno di Ricky (scena del lago) e l’altra che ci parla del desiderio della generazione di un nucleo famigliare (scena finale del film in cui Katie si tocca delicatamente la pancia gravida) con l’arrivo di Paco. Il finale del film è una malinconica realizzazione temporale del significato universale stesso della felicità, una sincronicità di rapporti umani che vive in un momento preciso nel corso della vita, il mezzo cinematografico diventa l’unica arma per ritrovare quel momento perduto dal tempo, Ozon usa la potenzialità del montaggio per raggiungere la stabilità e l’ordine interiore delle cose, indipendentemente dalla sua importanza cronologica. Questo è bellissimo, con rara sensibilità e umiltà fa quello che farebbe oggi D. Lynch o ieri L. Bunuel , ricostruisce una storia/famiglia dai suoi frammenti mesti.
Ottime le musiche di Philippe Rombi (che rievocano le musiche hollywoodiane di James Newton Howard) e la fotografia di Jeanne Lapoirie che fa un bellissimo uso delle luci nella parte finale, molto brava Alexandra Lamy che interpreta Katie, andrebbe vista in originale per avere un'idea di quanto il doppiaggio italiano abbia infangato la sua performance.
Questo è un grande film.



Le ali di Ricky saranno pronte per volare. Katie lo lascerà volare, il senso di colpa la divorerà, giungerà al lago per purificarsi con la sua acqua, simbolo di placenta-maternità. Ricky tornerà per annunciare la sua nuova vita come una buona novella presentandosi con le sue ali piumate grandi e forti. Ricky deve volare via, c’è una speranza oltre il lago, oltre la vita di Katie. L’abbandono per la libertà è un atto d’amore? A voi la risposta a questo struggente dilemma.



ps: Questo bimbo con la sua immensa tenerezza è consigliatissimo per sciogliere il freddo e il cinismo di questo, o meglio di ogni Natale. Quindi recuperate immediatamente il film.



pss: Siccome le mie impressioni non sono poi così eccessivamente illuminanti, vi consiglio di guardare quante meticolose analisi interessanti sul film sono state scritte su questo sito.